TAM TAM TAM

TAM TAM TAM

Un mal di testa che mi picchia da dentro.

TAM TAM TAM

Dietro l’occhio, lo sento pulsare, fa un male cane.

TAM TAM TAM

E al piano di sotto non smettono di urlare. Il cane abbaia.

Rumore di qualcosa che è stato lanciato. Rumore di qualcosa che si è infranto per terra.

Il cane guaisce.

BAM

Una porta che sbatte e qualcuno che inizia a piangere, singhiozzi lunghi e rumorosi.

TAM TAM TAM

Il mal di testa sempre più forte, insopportabile, vorrei cavarmi l’occhio per tirarlo fuori di lì. E mentre ci penso il dolore si sposta anche verso il lato sinistro della testa.

Dietro l’occhio continua a battere.

TAM TAM TAM

Dovrei scendere, dovrei andare a consolare chi piange, dovrei raccogliere i cocci.

TAM TAM TAM

Ora mi metto le cuffie ad un volume così alto da non sentire più tutti quei rumori.

TAM TAM TAM

Musica così alta da coprire anche quel picchiare e pulsare dietro al mio occhio.

Sospiro e mi alzo.

Continua a leggere

LUNA

I bambini strillano i loro giochi in giardino. Si rincorrono fino a non avere più fiato, poi si buttano a terra stremati. Qualche secondo basta per rimettersi in sesto, poco dopo già si azzuffano rotolando nell’erba.

Sono in cinque, la loro età va dai sette ai tredici anni. Questa è una serata estiva come tante, loro sono in vacanza e fanno rumore.

La luna è alta nel cielo. Alta e altezzosa brilla sovrastando ogni cosa. L’illusa è convinta di essere più luminosa dei lampioni arancioni che ricoprono l’isolato, è convinta di essere più che bella, è convinta di essere utile.

La guardo affascinato, la sentirei più vicina a me, così sola lassù, ma se sparisse tutti se ne accorgerebbero. Sparissi io nessuno farebbe una piega.

Continua a leggere

BLOG (MOMENTANEAMENTE) CHIUSO

Eggià, non riesco proprio a scrivere in questo periodo, niente di lontanamente pubblicabile perlomeno. Anche il racconto di due settimane fa era ripescato dagli archivi.

Le idee ce le ho, ma non riesco a svilupparle. Quindi il blog è chiuso fino a quando non mi passerà questo blocco.

Ritornerò.

S. J. Lenny

VIOLENZA

Il rumore della bottiglia che si rompe sul muro è dolce, quasi cristallino. Non c’è stato un colpo, solo il suono del vetro infranto.

Il ragazzo torna in sé, la testa innaffiata da una cascata di schegge e birra calda.

Deve andarsene, scappare, prima che il padre decida di fargli male sul serio.

L’aria fredda e puzzolente lo schiaffeggia, congela la pelle bagnata di alcol e sudore.

Ivan corre. Lo raggiungono le grida inarticolate dell’uomo ubriaco.

Il ragazzo si tocca l’occhio tumefatto e piange. Piange perché fa male, piange perché è solo, perché odia e ama il genitore. Piange perché vorrebbe che morisse e vorrebbe morire anche lui.

Singhiozzi secchi e dolorosi, versi da animale ferito.

Continua a leggere

COSTE LONTANE

Come distesa di ghiaccio
che non si concede alla vita
Come due coste lontane
divise dal freddo infinito
Come quei pesci del mare
sempre più soli davanti alla scelta
Così io, in trappola nel gelo
spingo, tiro, grido.
Non so muovermi
esito, indugio
Non mi resta ora
che un amaro sorriso.

S. J. Lenny

LA PERSONA PIÙ SFORTUNATA DEL MONDO

C’era una volta un Regno Lontano che, come ogni regno che si rispetti, aveva un Re.

Il Re non aveva mansioni da svolgere, guerre da portare avanti e cose da re comune. Lui aveva la sua reggia, il suo popolo un poco insoddisfatto, troppo cibo, troppa comodità. Insomma, questa è una fiaba.

Il nostro Re si annoiava.

Un giorno gli venne una splendida idea. Perché non chiamare tutti i Sudditi a corte e far loro raccontare le proprie sfortune? Avrebbe poi proclamato con l’aiuto di una giuria di Baroni e Principini La Persona Più Sfortunata Del Mondo. Tale persona avrebbe vinto un premio in denaro per migliorare un po’ la propria sorte.

Continua a leggere

OSSERVANDO LA GENTE #2

Link al primo “OSSERVANDO LA GENTE

Sono in stazione all’ora di pranzo, non pensavo ci sarebbero state molte altre persone. Mi sbagliavo.

Due ragazzine con la musica a palla si fanno selfie tra i binari. Vengono ammonite da un anziano signore che non vuole i treni soppressi a causa di un incidente.

Le due si allontanano seccate e vorrebbero abbandonare ancora la sicurezza della banchina. Questa volta interviene una donna. Quelle, seccatissime, imboccano le scale e spariscono. La donna fissa l’uscita della stazione con aria perplessa.

È una signora di mezz’età, fa freddo e lei indossa una giacca pesante che le arriva al ginocchio. Sotto la giacca spunta una gonna blu e più giù ancora indossa alti stivali neri.

Prenderà il mio stesso treno, magari farà il cambio che devo fare io. L’orario invernale dei mezzi non lascia troppa scelta.

Lei cosa va a fare in città? Lavora? Fa shopping? Chi può dirlo?

Continua a leggere

NEVE

Lei era sola, immersa nel bianco. Bianco, freddo e bagnato ovunque. Dove non lo sapeva, non ricordava come c’era arrivata, tutto ciò che vedeva era la neve: sopra, sotto. Nevicava così forte che non riusciva a vedersi gli stivaletti alti.

Era coperta da un piumino rosa, gli stivali neri attorno agli orli dei doposci, il cappello e la sciarpa bianchi che le lasciavano scoperti solo gli occhi e la punta del naso, rossa per il vento gelido che la pungeva. Le mani avvolte in spessi guanti di lana turchese. Ma la bambina aveva freddo, tanto freddo.

Così piccola, si rese conto della situazione irreale in cui si trovava. Aveva solo otto anni ma capì che non sarebbe sopravvissuta. Conobbe il significato di morte, di quella parola sussurrata dai grandi in un tempo e uno spazio che non erano mai esistiti, senza neve. A soli otto anni lei sapeva che sarebbe morta di freddo. E non lo voleva. Continua a leggere

GRIGIO

Un mondo tutto grigio, un mondo tutto uguale. Routine.

Ti alzi alle 6:30 ogni mattina, abbandoni l’avvolgente calore del letto a malavoglia. Tutto ciò di cui hai bisogno  è rimanere sotto le coperte, non necessariamente di dormire, solo di stare lì. E invece ti alzi.

Nel buio indossi vestiti tutti uguali, completi che sembrano sempre dello stesso uniforme grigio.

Nausea mattutina, odore del pesce per il gatto. Sgombro bianco e micio nero.

Colazione. Latte bianco e Oreo neri, tutto riporta al grigio che odi.

E poi esci di casa. Nebbiosa (grigia!) giornata, uguale a tante altre. Fredda triste monotonia.

Autobus, treno, strada e finalmente sei arrivato. Gli stessi volti tutte le mattine, grigi volti stanchi di persone rassegnate. Gente che lavora perché non ha niente da fare e perché deve vivere: lavorare per vivere, vivere per lavorare. Quale la differenza tre le due frasi?

Schiacciato, pressato tra altri esseri umani che respirano e puzzano.

Gelida aria che ti morde il volto e le mani quando esci dalla stazione. Tutte le mattine pensi che ormai dovresti tirar fuori sciarpa e guanti, poi la sera te ne dimentichi. Ogni sera.

Ti guardi intorno, osservi gli altri. Tu lavori perché devi sopravvivere vero? Forse no, sei grigio in mezzo ad altro grigio.

Anonimo occupatore di posti sui mezzi.

Uguale agli altri. Tu sei la routine, quella routine che tanto temi e detesti.

Ribellati allora. Non sei costretto a mangiare la stessa cosa tutte le mattine, la cioccolata non è grigia, i biscotti non lo sono.

E non è grigio nemmeno il maglione giallo che ti hanno regalato e non hai mai avuto il coraggio di indossare.

In fondo, cosa ti costa?

S. J. Lenny