LUNA

I bambini strillano i loro giochi in giardino. Si rincorrono fino a non avere più fiato, poi si buttano a terra stremati. Qualche secondo basta per rimettersi in sesto, poco dopo già si azzuffano rotolando nell’erba.

Sono in cinque, la loro età va dai sette ai tredici anni. Questa è una serata estiva come tante, loro sono in vacanza e fanno rumore.

La luna è alta nel cielo. Alta e altezzosa brilla sovrastando ogni cosa. L’illusa è convinta di essere più luminosa dei lampioni arancioni che ricoprono l’isolato, è convinta di essere più che bella, è convinta di essere utile.

La guardo affascinato, la sentirei più vicina a me, così sola lassù, ma se sparisse tutti se ne accorgerebbero. Sparissi io nessuno farebbe una piega.

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BLOG (MOMENTANEAMENTE) CHIUSO

Eggià, non riesco proprio a scrivere in questo periodo, niente di lontanamente pubblicabile perlomeno. Anche il racconto di due settimane fa era ripescato dagli archivi.

Le idee ce le ho, ma non riesco a svilupparle. Quindi il blog è chiuso fino a quando non mi passerà questo blocco.

Ritornerò.

S. J. Lenny

VIOLENZA

Il rumore della bottiglia che si rompe sul muro è dolce, quasi cristallino. Non c’è stato un colpo, solo il suono del vetro infranto.

Il ragazzo torna in sé, la testa innaffiata da una cascata di schegge e birra calda.

Deve andarsene, scappare, prima che il padre decida di fargli male sul serio.

L’aria fredda e puzzolente lo schiaffeggia, congela la pelle bagnata di alcol e sudore.

Ivan corre. Lo raggiungono le grida inarticolate dell’uomo ubriaco.

Il ragazzo si tocca l’occhio tumefatto e piange. Piange perché fa male, piange perché è solo, perché odia e ama il genitore. Piange perché vorrebbe che morisse e vorrebbe morire anche lui.

Singhiozzi secchi e dolorosi, versi da animale ferito.

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COSTE LONTANE

Come distesa di ghiaccio
che non si concede alla vita
Come due coste lontane
divise dal freddo infinito
Come quei pesci del mare
sempre più soli davanti alla scelta
Così io, in trappola nel gelo
spingo, tiro, grido.
Non so muovermi
esito, indugio
Non mi resta ora
che un amaro sorriso.

S. J. Lenny

LA PERSONA PIÙ SFORTUNATA DEL MONDO

C’era una volta un Regno Lontano che, come ogni regno che si rispetti, aveva un Re.

Il Re non aveva mansioni da svolgere, guerre da portare avanti e cose da re comune. Lui aveva la sua reggia, il suo popolo un poco insoddisfatto, troppo cibo, troppa comodità. Insomma, questa è una fiaba.

Il nostro Re si annoiava.

Un giorno gli venne una splendida idea. Perché non chiamare tutti i Sudditi a corte e far loro raccontare le proprie sfortune? Avrebbe poi proclamato con l’aiuto di una giuria di Baroni e Principini La Persona Più Sfortunata Del Mondo. Tale persona avrebbe vinto un premio in denaro per migliorare un po’ la propria sorte.

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OSSERVANDO LA GENTE #2

Link al primo “OSSERVANDO LA GENTE

Sono in stazione all’ora di pranzo, non pensavo ci sarebbero state molte altre persone. Mi sbagliavo.

Due ragazzine con la musica a palla si fanno selfie tra i binari. Vengono ammonite da un anziano signore che non vuole i treni soppressi a causa di un incidente.

Le due si allontanano seccate e vorrebbero abbandonare ancora la sicurezza della banchina. Questa volta interviene una donna. Quelle, seccatissime, imboccano le scale e spariscono. La donna fissa l’uscita della stazione con aria perplessa.

È una signora di mezz’età, fa freddo e lei indossa una giacca pesante che le arriva al ginocchio. Sotto la giacca spunta una gonna blu e più giù ancora indossa alti stivali neri.

Prenderà il mio stesso treno, magari farà il cambio che devo fare io. L’orario invernale dei mezzi non lascia troppa scelta.

Lei cosa va a fare in città? Lavora? Fa shopping? Chi può dirlo?

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